Involucro

34467343_2046512765611382_5087155545387827200_n

Potrei stare ferma per ore. Quando dico ferma, intendo proprio immobile. Per svariati minuti potrei trovare una posizione, anche scomoda, e starci.

È una cosa che ho imparato da bambina. Come quando giocavo a far finta di essere morta, con mia madre o mio fratello, non so se lo facevo anche con mio padre. Non ricordo se loro ci cascavano, ma ricordo benissimo che io mi divertivo a fare quel gioco stupido. E ci rimanevo malissimo se non si spaventavano nemmeno un po’. Forse, una parte di me, pensava che se non si allarmavano, allora non ci tenevano a me. Non riuscivo ancora a capire che, se non lo facevano, era perché forse mi muovevo per via del prurito al naso, o magari le palpebre tremavano perché muovevo gli occhi, o semplicemente perché ero viva. Mi mettevo a sedere sul divano, o sul letto, e riescivo a parcepire il senso di solitudine che provavo. Forse è lì che è iniziato tutto, con quel gioco stupido. Come accade quasi sempre da bambini.

Può indolensirsi una gamba, un braccio. Raramente ciò mi distoglie dalla mia immobilità. Capita raramente di spostare un centimetro del mio corpo per un prurito o un fastidio. Non so quanto posso stare così. Sicuramente qualche ora. Non ho mai contato i minuti. In quel momento, quando mi succede, non esiste più nulla.

Non importa dove sono, che ore siano. Non importa soprattutto se ho da fare delle cose. Anche la cosa più importante, viene messa da parte.

Posso descriverlo, minuto per minuto, fase per fase. E oggi, dopo tanti anni, posso affermare con certezza, che è una situazione, uno stato d’animo, chiamatelo come vi pare, che si è evoluto nel tempo.

Forse oggi, con la maturità acquisita e un buon bagaglio di consapevolezza, posso affermare che il tutto sia nato da quel gioco del fingere di esser morti. Del resto, sono due concetti che, dentro di me, vanno di paripasso. Il vuoto e la morte.
Ma non è possibile, invece, che tutto sia nato con la mia nascita? È possibile che sia qualcosa che si ha dentro? Un gene? Un cromosoma? Un pezzettino di pelle cresciuto male…

Ho conosciuto la morte quando ero molto piccola. Non è stata con la perdita di qualcuno a presentarsi a me. O meglio, non la perdita di una persona a me cara. Ero ancora piccola, e ricordo che morì un mio vecchio cugino, che io ricordo vagamente, se non dai racconti di familiari e conoscenti. Ma per mia madre era un figlio, così come per diverse delle sue sorelle e fratelli. Ho una sua forografia, nella mente, che me lo restituisce come un bravo ragazzo, dolce, disponibie. Uno di quelli che oggi, se fosse vivo, ne sono certa, avrebbe un lavoro semplice, una bella moglie in carne e due bambini ormai grandi. Un’altra vita. Quella parallela a questa, magari. Non ricordo nulla della sua morte. Ma sembra quasi che il destino, anni dopo, abbia voluto rendermi partecipe dello stesso dolore… Di una cosa sono certa. Gli occhi di mia madre mi hanno insegnato a piangere.

È stata più che altro una sensazione.

Come quando nei cartoni animati, vedi questa nuvola nera che sembra fumo. Ti si avvicina e ti entra dentro. E poi, un personaggio di quelli buoni, viene a salvarti dall’“uomo nero”.

Nell’ipotesi più semplice, potrei disegnare un vortice tutto nero. Prima è piccolo e poi diventa sempre più grande. Ma così facendo, vi porgerei la forografia di un contorno,e anche l’occhio più esperto, non ci vedrebbe nulla, se non una macchia di colore.

Con le parole, potrei usare tutti i sinonimi di tristezza, malinconia, mancanza, abbandono.

Se dovessi spiegarlo con la musica, sarebbe sicuramente il suono di un pianoforte. Le prime note tranquille, che non danno però spazio a un buon presentimmento. E poi quel crescendo, che si espande. Sempre più grande, sempre più elevato. Non si contiene. Esce via dai bordi. È un click.

Viene superato il varco, la linea di confine. Prego sempre affinché questo non avvenga.

Sono seduta. Non so dove e non so su cosa. Ma fa molto freddo e intorno, anche se sono nella mia stanza, io vedo tutto nero. Sul petto quel peso inizia a essere sempre più pesante. Non mi manca l’aria. È l’assoluta tristezza. È una macchina che passa velocissima, non la vedi e ti mette sotto. Sei tu sopra un ponte altissimo e qualcosa ti spinge. Sei su di un albero,e improvvisamente sei sotto terra.

I capelli, il viso, con gli occhi, il naso, la bocca, la testa, il collo, il busto, il bacino, le gambe, i piedi e le mani. Non c’è pù nulla.

In quei momenti, quando sorpassi quel limite, tu non ci sei più. Il tuo corpo è lì, immobile. Il viso, spesso, rigato da lacrime che non sai nemmeno di aver pianto.

È quella la fotografia che diventa speranza. Vorresti solo morire. Non esistere più. Perché? È più semplice di quanto si pensi.

Sentir nascere dentro quel vuoto, coltivarlo, vederlo crescere, è insostenibile. È una stretta forte dietro il collo. È un grosso macigno sulle spalle. Pesa, pesa e tu non hai il fisico giusto per reggerlo.

Ho conosciuto la morte, insieme al vuoto, che ero bambina. E negli anni ho approfondito la sua conoscenza perdendo persone che mi componevano.

Oggi so dov’è iniziato tutto, e non so dove va a finire. Se una fine c’è.

Per mia fortuna, quel limite, quello scalino, non lo salto più. Forse si è spezzato qualcosa dentro. Si è creato uno stagno, e ogni tanto torno a sguazzarci.

Non fa meno male. Ma so che fa male a chi mi sta vicino. Anche se compreso, il mio stato d’animo non è sempre condiviso. Mi rende triste far soffrire chi mi vuole bene e mi guarda così, immobile.

Ma cosa può importarmi della gente , quando mi sento estranea nel mio corpo? Per giorni mi cerco in pezzettini che ho scartato da tempo. Non so quando e non so perché. So che non mi ricoscono più. E sento che ciò accade sì, per la mia solita insicurezza e per il mio sentirmi inadeguata. Ma oggi, capita per qualcosa che viene da fuori, un richiamo lontano che non mi rende sopportabile il corpo, il mio involucro. Questa cassa che vorrei scaraventare, frantumare e ricomporre.

Annunci

Gennaio Febbraio Marzo 2017

10 Gennaio 2017

Io una ragione alle cose la trovo sempre. Ma se ho un dolore lo devo vivere, sventrare, sezionarlo. Che sia piccolo o grande non ha importanza. Cambia solo la tempistica della sua mutazione. Quando troverà un posto in un qualsiasi angolo del mio corpo, quando ci farà un nido, allora, solo dopo potrò guardare con occhi diversi e accettare. Ma fino ad allora non posso far altro che tenere per mano il mio dolore, accompagnarlo, mentre cerca casa.

09 Febbraio 2017

Mi piace rendere la gente partecipe della mia felicità. Mi piace condividermi, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. Mi sposo ogni giorno, senza Dio e senza un Giudice.
Ho la necessità di donarmi agli altri, di condividermi, perché in fondo siamo tutti uguali. Negli abbracci, nel dolore, nelle passioni, nelle mancanze.
E quando io sono felice mi prendo la gioia che qualcuno ha per me.
La custodisco, come il migliore dei regali.

17 Febbraio 2017

Rimani, con la tua fronte sul mio collo, per pensare con il battito delle mie vene. Poi spiegami che colore ha la tua felicità, ed io ti racconterò della mia.

20 Febbraio 2017

Quando perdo l’equilibrio mi sento soffocare.
Ho bisogno di leggere, scrivere, scorticare la pelle e ricucirla con un nuovo filo, che continui a legarmi all’anima. Ho bisogno di ricongiungermi con la parte più intima del mio essere.
Per percepirmi, ancora e sempre, nei capelli, nelle mani, negli abbandoni e nei nuovi inizi.

23 Febbraio 2017

Mi dicevi che se qualcuno mi faceva soffrire dovevo toccarmi le mani. Congiungerle, come se pregassi, ma in realtà non dovevo farlo. Perché non si prega per chiedere che finisca. Goditelo, questo dolore. Mi dicevi. Perché ti fa sentire viva. E quando piangerai, anche mentre mangi, quando le tue lacrime si congiungeranno al pane, allora io sarò lì. Ti accarezzerò i capelli, userò il palmo delle mie mani per asciugare le tue lacrime. Mi prenderò il tuo dolore e lo costudirò come il più prezioso dei tesori.

***

Rimango immobile per cercare di ascoltare il battito lento del mio cuore. Mi pare mi abbiano asportato un’arteria o forse una vena. È successo tutto così in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo di vestirmi. Sono uscita di casa senza pelle e così ne sono rientrata.
Ascolto i passi animali dell’inquilina di sopra. Anche i suoi problemi mi ricordano te. E le lancette di questo orologio, sono tanti spigoli nei fianchi.

25 Febbraio 2017

La cosa più triste è l’amaro in bocca che ti rimane. Quel senso di impotenza, di inadeguatezza, a volte. Quella percezione che diventa poi certezza, di non poter fare nulla, di non poter dire niente. La paura, di non riuscire più a dare e di accontentarti di quello che ricevi, ma che ti viene tolto, con violenza, a volte cattiveria.
Ma poi, guardo il cielo, il sole. Ascolto il vento. E mi meraviglio, ancora per fortuna, di quanto mi faccia stare bene quello che non mi appartiene.

6 Marzo 2017

La Poesia mi risolve. Ogni tremore, ogni lacrima. Questo peso sul cuore, questa mancanza di respiro, che mi contorce il corpo, che mi fa percepire ogni nervo del collo.
La Poesia prende ogni mio battito malato, ogni mia lacrima consumata e ne fa ciò che vuole.
È strano il mio rapporto con la Poesia. La immagino come una figura indefinita di fronte a me. Allunga le braccia, mi entra nelle viscere, mi scombussola le ossa. Mi tira a se dai capelli. Mi fa a pezzetti, mi annienta. Mi svuota completamente di tutto. Quando arriva non mi lascia più nulla. Mi mette di fronte alla parte che più odio di me. Mi fa guardare allo specchio, proprio quando non voglio farlo. Mi fa sentire la pienezza dei miei battiti, la loro irregolarità. Mi fa piangere, ridere, urlare. Mi lega a sé. Mi capita anche di vomitarla, la Poesia. Di sentire la sua presenza così forte da non riuscire a contenerla. L’ho sempre odiata la Poesia. Ed invece, oggi la Poesia, mi risolve. Mentre scrivo queste parole, con gli occhi appannati di lacrime, chiedo alla Poesia di lasciarmi stare. Chiedo a questo vuoto che ho dentro di placare la mia sete d’amore.
La Poesia mi annienta tutto, ma mi lascia intatto il cuore. Eppure, torno sempre da Lei. Come una bambina paziente e curiosa, anche del male. E perché? Mi chiedo. Perché non mi risolve completamente?…

8 marzo 2017

Voglio trovare la corazza,
la mia forza grezza,
e non concedermi più
alla passione, alle menzogne.
Voglio guardarmi
allo specchio
e non riconoscermi
per mezzo della felicità
che mi alberga gli occhi.

11 marzo 2017

Aspetto con impazienza una forte pioggia che risollevi la terra, tutta. Che faccia uscire fuori tutti i semini, compreso il mio. Affinché possa germogliare come un fiore di campo, un papavero, una margherita qualunque, gialla e bianca. E confondermi poi tra i colori, e non farmi riconoscere più da nessuno. Care api, non vi azzardate ad avvicinarmi. Non voglio essere un fiore da impollinare.

16 marzo 2017

Non mi riconosco più nei capelli. Capisco di averti eliminato, come non ho fatto mai, dalle radici. Mi guardo, mentre esco, nel reale, ed io non so più chi sono. Mi lascio al caso, e mi nutro di frammenti che non guardo.
Mi osservo allo specchio, e non mi riconosco più, delicata, nei miei boccoli. Ti vedo nel darmi da bere, in canzoni che suonano, solo per le nostre orecchie.

21 marzo 2017

In questo turbine di emozioni, quando il cuore non si riconosce più con la ragione, ti chiedo solo di farmi spazio nel tuo collo, nel calore della tua nuca, in un abbraccio, affinché tutto diventi reale, almeno per un solo battito di ciglia. Ti aspetto a Firenze, tra una settimana. Alle 15, in quel bar.

hoppa í polla

FB_IMG_1458761089463

Sì, ci ho sperato tante volte. E tante volte ho provato a cercarti, senza nessun risultato. Mi sono chiesta se mi pensassi, se ti ricordassi di me, di noi. Mi chiedevo se mi avessi cercata su internet, trovando il mio blog. E ogni volta mi dicevo “se lo trova mi scriverà, c’è la mia email.” Invece nulla.
Sospiravo e ti immaginavo in chissà quale parte del mondo. Con la tua chitarra, Faber nelle cuffie. Ti vedevo camminare tra la gente, libero e felice. Con poche cose. Una specie di vagabondo.
Pensavo questo tutte le volte che venivo a F.
Giravo per le strade, sperando di vederti. Di riconoscerti in qualcuno. Entravo nei negozi di musica e dicevo “mo’ me lo trovo davanti e ci mettiamo a ridere.”
E poi ci mettevamo a correre per quelle viuzze che amo da morire.
Ridevamo, correvamo. Con la pioggia, il sole.
Poi ci fermavamo, affannati, ridendo.
Ci riparavamo dalla pioggia.
Io appoggiata ad un muro umido, tu di fronte a me.
Con il respiro che si faceva sempre più regolare.
Mi sorridevi. Mi spostavi una ciocca di capelli bagnata dal viso.
Mi guardavi.
Mi accarezzavi la guancia. E io mi ci appoggiavo, rubavo il tuo calore.
E poi mi baciavi.
Un bacio lento. Delicato. Puro.
E poi mi ridevi in bocca.
E poi ricominciavamo a correre e ridere.
Eravamo padroni di tutto.
Delle vie, dei panni stesi ad asciugare, della felicità e del dolore altrui.
Eravamo noi.
Sempre meno di due.

Era questo il mio pensiero ricorrente.
Mi ci aggrappavo, senza tanta fatica poi.
Ero diventata un alpinista dell’amore.

 

:ascoltando:

cammino sempre scalza

Cammino sempre scalza.
Ho i piedi sempre sporchi.
Un continuo collezionare di polvere.
Se potessi camminerei a piedi nudi
anche per strada.
A costo di sciancarmi i piedi,
di renderli un tutt’uno con l’asfalto.
Ho sempre associato questa mia fissazione dei piedi nudi
alla libertà.
Invece da anni, non sono più libera.
Di decidermi.
Recidermi.
Sradicarmi.
Rendermi felice.
Ma c’è sempre un campanellino lì pronto.
Una bolla d’aria che scoppia
e ti fa precipitare nella realtà.
Non è avere i piedi nudi a rendermi libera.
Non sarà questo grande difetto di dire sempre ciò
che penso a ridarmi la mia libertà.
Ma saranno le mie costrizioni.
Mi devo costringere ad eliminare
ciò che mi fa male.
A piedi nudi ci riandrò un giorno
per le strade.
Quando sarò consapevole.
Quando invece di camminare a fatica
fluttuerò.