Gennaio Febbraio Marzo 2017

10 Gennaio 2017

Io una ragione alle cose la trovo sempre. Ma se ho un dolore lo devo vivere, sventrare, sezionarlo. Che sia piccolo o grande non ha importanza. Cambia solo la tempistica della sua mutazione. Quando troverà un posto in un qualsiasi angolo del mio corpo, quando ci farà un nido, allora, solo dopo potrò guardare con occhi diversi e accettare. Ma fino ad allora non posso far altro che tenere per mano il mio dolore, accompagnarlo, mentre cerca casa.

09 Febbraio 2017

Mi piace rendere la gente partecipe della mia felicità. Mi piace condividermi, nella gioia e nel dolore, in salute e in malattia. Mi sposo ogni giorno, senza Dio e senza un Giudice.
Ho la necessità di donarmi agli altri, di condividermi, perché in fondo siamo tutti uguali. Negli abbracci, nel dolore, nelle passioni, nelle mancanze.
E quando io sono felice mi prendo la gioia che qualcuno ha per me.
La custodisco, come il migliore dei regali.

17 Febbraio 2017

Rimani, con la tua fronte sul mio collo, per pensare con il battito delle mie vene. Poi spiegami che colore ha la tua felicità, ed io ti racconterò della mia.

20 Febbraio 2017

Quando perdo l’equilibrio mi sento soffocare.
Ho bisogno di leggere, scrivere, scorticare la pelle e ricucirla con un nuovo filo, che continui a legarmi all’anima. Ho bisogno di ricongiungermi con la parte più intima del mio essere.
Per percepirmi, ancora e sempre, nei capelli, nelle mani, negli abbandoni e nei nuovi inizi.

23 Febbraio 2017

Mi dicevi che se qualcuno mi faceva soffrire dovevo toccarmi le mani. Congiungerle, come se pregassi, ma in realtà non dovevo farlo. Perché non si prega per chiedere che finisca. Goditelo, questo dolore. Mi dicevi. Perché ti fa sentire viva. E quando piangerai, anche mentre mangi, quando le tue lacrime si congiungeranno al pane, allora io sarò lì. Ti accarezzerò i capelli, userò il palmo delle mie mani per asciugare le tue lacrime. Mi prenderò il tuo dolore e lo costudirò come il più prezioso dei tesori.

***

Rimango immobile per cercare di ascoltare il battito lento del mio cuore. Mi pare mi abbiano asportato un’arteria o forse una vena. È successo tutto così in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo di vestirmi. Sono uscita di casa senza pelle e così ne sono rientrata.
Ascolto i passi animali dell’inquilina di sopra. Anche i suoi problemi mi ricordano te. E le lancette di questo orologio, sono tanti spigoli nei fianchi.

25 Febbraio 2017

La cosa più triste è l’amaro in bocca che ti rimane. Quel senso di impotenza, di inadeguatezza, a volte. Quella percezione che diventa poi certezza, di non poter fare nulla, di non poter dire niente. La paura, di non riuscire più a dare e di accontentarti di quello che ricevi, ma che ti viene tolto, con violenza, a volte cattiveria.
Ma poi, guardo il cielo, il sole. Ascolto il vento. E mi meraviglio, ancora per fortuna, di quanto mi faccia stare bene quello che non mi appartiene.

6 Marzo 2017

La Poesia mi risolve. Ogni tremore, ogni lacrima. Questo peso sul cuore, questa mancanza di respiro, che mi contorce il corpo, che mi fa percepire ogni nervo del collo.
La Poesia prende ogni mio battito malato, ogni mia lacrima consumata e ne fa ciò che vuole.
È strano il mio rapporto con la Poesia. La immagino come una figura indefinita di fronte a me. Allunga le braccia, mi entra nelle viscere, mi scombussola le ossa. Mi tira a se dai capelli. Mi fa a pezzetti, mi annienta. Mi svuota completamente di tutto. Quando arriva non mi lascia più nulla. Mi mette di fronte alla parte che più odio di me. Mi fa guardare allo specchio, proprio quando non voglio farlo. Mi fa sentire la pienezza dei miei battiti, la loro irregolarità. Mi fa piangere, ridere, urlare. Mi lega a sé. Mi capita anche di vomitarla, la Poesia. Di sentire la sua presenza così forte da non riuscire a contenerla. L’ho sempre odiata la Poesia. Ed invece, oggi la Poesia, mi risolve. Mentre scrivo queste parole, con gli occhi appannati di lacrime, chiedo alla Poesia di lasciarmi stare. Chiedo a questo vuoto che ho dentro di placare la mia sete d’amore.
La Poesia mi annienta tutto, ma mi lascia intatto il cuore. Eppure, torno sempre da Lei. Come una bambina paziente e curiosa, anche del male. E perché? Mi chiedo. Perché non mi risolve completamente?…

8 marzo 2017

Voglio trovare la corazza,
la mia forza grezza,
e non concedermi più
alla passione, alle menzogne.
Voglio guardarmi
allo specchio
e non riconoscermi
per mezzo della felicità
che mi alberga gli occhi.

11 marzo 2017

Aspetto con impazienza una forte pioggia che risollevi la terra, tutta. Che faccia uscire fuori tutti i semini, compreso il mio. Affinché possa germogliare come un fiore di campo, un papavero, una margherita qualunque, gialla e bianca. E confondermi poi tra i colori, e non farmi riconoscere più da nessuno. Care api, non vi azzardate ad avvicinarmi. Non voglio essere un fiore da impollinare.

16 marzo 2017

Non mi riconosco più nei capelli. Capisco di averti eliminato, come non ho fatto mai, dalle radici. Mi guardo, mentre esco, nel reale, ed io non so più chi sono. Mi lascio al caso, e mi nutro di frammenti che non guardo.
Mi osservo allo specchio, e non mi riconosco più, delicata, nei miei boccoli. Ti vedo nel darmi da bere, in canzoni che suonano, solo per le nostre orecchie.

21 marzo 2017

In questo turbine di emozioni, quando il cuore non si riconosce più con la ragione, ti chiedo solo di farmi spazio nel tuo collo, nel calore della tua nuca, in un abbraccio, affinché tutto diventi reale, almeno per un solo battito di ciglia. Ti aspetto a Firenze, tra una settimana. Alle 15, in quel bar.

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hoppa í polla

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Sì, ci ho sperato tante volte. E tante volte ho provato a cercarti, senza nessun risultato. Mi sono chiesta se mi pensassi, se ti ricordassi di me, di noi. Mi chiedevo se mi avessi cercata su internet, trovando il mio blog. E ogni volta mi dicevo “se lo trova mi scriverà, c’è la mia email.” Invece nulla.
Sospiravo e ti immaginavo in chissà quale parte del mondo. Con la tua chitarra, Faber nelle cuffie. Ti vedevo camminare tra la gente, libero e felice. Con poche cose. Una specie di vagabondo.
Pensavo questo tutte le volte che venivo a F.
Giravo per le strade, sperando di vederti. Di riconoscerti in qualcuno. Entravo nei negozi di musica e dicevo “mo’ me lo trovo davanti e ci mettiamo a ridere.”
E poi ci mettevamo a correre per quelle viuzze che amo da morire.
Ridevamo, correvamo. Con la pioggia, il sole.
Poi ci fermavamo, affannati, ridendo.
Ci riparavamo dalla pioggia.
Io appoggiata ad un muro umido, tu di fronte a me.
Con il respiro che si faceva sempre più regolare.
Mi sorridevi. Mi spostavi una ciocca di capelli bagnata dal viso.
Mi guardavi.
Mi accarezzavi la guancia. E io mi ci appoggiavo, rubavo il tuo calore.
E poi mi baciavi.
Un bacio lento. Delicato. Puro.
E poi mi ridevi in bocca.
E poi ricominciavamo a correre e ridere.
Eravamo padroni di tutto.
Delle vie, dei panni stesi ad asciugare, della felicità e del dolore altrui.
Eravamo noi.
Sempre meno di due.

Era questo il mio pensiero ricorrente.
Mi ci aggrappavo, senza tanta fatica poi.
Ero diventata un alpinista dell’amore.

 

:ascoltando:

cammino sempre scalza

Cammino sempre scalza.
Ho i piedi sempre sporchi.
Un continuo collezionare di polvere.
Se potessi camminerei a piedi nudi
anche per strada.
A costo di sciancarmi i piedi,
di renderli un tutt’uno con l’asfalto.
Ho sempre associato questa mia fissazione dei piedi nudi
alla libertà.
Invece da anni, non sono più libera.
Di decidermi.
Recidermi.
Sradicarmi.
Rendermi felice.
Ma c’è sempre un campanellino lì pronto.
Una bolla d’aria che scoppia
e ti fa precipitare nella realtà.
Non è avere i piedi nudi a rendermi libera.
Non sarà questo grande difetto di dire sempre ciò
che penso a ridarmi la mia libertà.
Ma saranno le mie costrizioni.
Mi devo costringere ad eliminare
ciò che mi fa male.
A piedi nudi ci riandrò un giorno
per le strade.
Quando sarò consapevole.
Quando invece di camminare a fatica
fluttuerò.

piccola

Piccola.
Io non sono mai stata piccola.
Non sono nata bambina
ma già adulta.
Guardavo i grandi
e trovandomi in mezzo a loro
mi sentivo già vecchia
a tre anni.
Sono cresciuta che ancora non avevo il mio primo sangue.
Ma già sapevo.
Della forza, della paura, della speranza.
Non credevo a babbo natale
né ai mostri nell’armadio.
Non avevo paura del buio.
Ho perso l’ingenuità insieme alla placenta.