Grazia

“Sai cosa mi piace di te?”
E’ sdraiata sul fianco e mi da le spalle. E’ mattino presto. Mi piace guardarla quando è assonnata. Abbiamo da poco fatto l’amore. Le accarezzo il fondoschiena. Non mi da retta, vuole dormire.
“Mi piace che tu ci sia nonostante tutto…”
Mi preparo un caffè. Non riesco a dormire. Con la tazza fumante mi siedo sulla poltrona. Ora la guardo in faccia e mi fa tenerezza. Dorme con la bocca un po’ aperta e i seni pieni le ricadono di lato, così come la pancia. Fisicamente non è il mio tipo. Non mi piacciono le donne in carne ma nemmeno quelle troppo magre. Di una donna deve colpirmi il viso. Mi piacciono le imperfezioni. Il suo naso un po’ storto mi ha colpito subito.

E’ seduta al bancone ed è triste. Beve una birra dopo l’altra. Gliene offro una. Mi guarda. “Perché?” Sorrido. Prende la birra ed esce. Accende una sigaretta ma dopo due boccate la butta e va via.
Torna dopo qualche giorno. Si scusa per l’altra volta, per non avermi detto “Grazie”. Non dico nulla e le do il menu.
“Non resto.”
“Se ti va possiamo fare una passeggiata, stacco tra mezz’ora.”
“Perché no!” e sorride. Ogni volta che lo fa la gobbetta sul naso si muove e fa una smorfia.
Mi racconta tutto della sua ultima relazione. L’accompagno a casa e prima di scendere dalla macchina mi stropiccia i capelli e mi bacia. Rimango di stucco, non pensavo di poterle piacere. “Se ti va possiamo sentirci qualche volta.” Grazia, 26 anni, igenista dentale.
Dopo qualche giorno la invito a cena da me. Mangiamo pollo al curry e beviamo vino rosso.
E’ ubriaca. Vuole ascoltare un po’ di musica, così metto su un vinile di Etta James. Inizia a ballare con il bicchiere in mano. La osservo e nonostante le sue curve abbondanti, mi eccita.
Mi invita a ballare ma rifiuto. “Allora vieni ad abbracciarmi!”.
Mi avvicino, sono in imbarazzo ma non riesco a formulare il pensiero. Mi prende per i fianchi e inizia a baciarmi. Abbiamo la bocca impastata di vino.

Lo sento che mi vuoi, lo vedo da come muovi le gambe. Hai quel sorriso lì, quello che mi incanta con gli occhi. Voglio entrarti dentro e costruirci un nido. Con un dito sulla mia pancia formi piccoli cerchi e ridi. Sei così bella quando lo fai che non so dove mettere le mani. Così le affondo nei tuoi capelli, li stringo alla radice e poggio la mia fronte sulla tua. Ti inchiodo al muro e sento il tuo seno pieno. Ti vorrei adesso, ma mi impongo questa piacevole tortura. Ti alzo le braccia sulla testa e percorro con la lingua la parte tra collo e spalla. Il profumo della tua pelle è una dolce bestemmia. Hai un’eleganza erotica che toglie il fiato. Metto una mano sotto la gonna, sposto le mutandine e sento che sei già bagnata. Inzio a toccarti, prima lentamente e poi sempre più forte. Sento che stai venendo e rallento. Metti la tua mano sulla mia e continui da sola. Ti masturbi con le mie dita. Vieni. Godi. E sei di una bellezza sconvolgente. Prendi fiato. Sei in estasi. Poi decidi di farmi godere. Mi spingi sul letto. Non sai come comportarti. Così ti lasci andare. Perlustri ogni centimetro del mio corpo. Sei un po’ impacciata. Inizi a leccarmi. Lo fai così bene che non ci metto molto a venire. Ci addormentiamo,dopo. E arriva il mattino.

Grazia aprì gli occhi. “Buongiorno.” Ricambia senza guardarmi in faccia. Così capii che era stata la sua prima volta. Imbarazzata coprì il suo corpo nudo e si girò dall’altra parte. “Scusami.”disse. Mi si gelò il cuore e insieme a lui tutte le immagini meravigliose della notte appena trascorsa. Mi alzai e mi infilai nella doccia. Sentivo ancora il suo profumo addosso. Iniziai a piangere. Mi lavai tra le cosce e sentii un capello lungo impigliato tra i peli della mia figa. Non era mio, io portavo i capelli corti. Grazia. Non era ancora entrata nella mia vita e già mi lasciava parti di se dentro. Mi sciacquai velocemente e tornai in camera. Sperai di non trovarla. Invece era ancora lì, come l’avevo lasciata.  Non volevo infastidirla e soprattutto non volevo che la sua indifferenza infastidisse me.
Andai in cucina. Dopo poco mi raggiunse e si scusò nuovamente.

Smettila di chiedermi scusa, ok? Sono una donna, sì! Non ho un pene per te. Ma ti assicuro, che ho tante pene per me. Perché porto i capelli corti? Perché ho il cancro. Non so quanto mi rimane da vivere e non voglio nemmeno saperlo. Ma so cosa voglio. Ti vorrei ancora su di me. Vorrei ancora la tua lingua sui miei capezzoli. I tuoi capelli a strofinarmi il seno. Le tue dita che cercano un tesoro nascosto tra le mie gambe. Voglio che tu rimanga. Per un’altra ora. Per un giorno. Fin quando ti andrà.

“Buongiorno”. Le sorrido. Ho finito il caffè e poggio la tazza sul comodino. Le siedo accanto. Mi guarda e sorride. L’imbarazzo è andato via ormai. Mi accarezza. Mi sposta il foulard che tengo in testa. Non ho più capelli. Ma la forza che ho dentro non è paragonabile a niente. “Vieni a letto.”mi dice.
Mi sdraio accanto a lei. Insieme fissiamo il soffitto. Ci perdiamo tra le crepe. Mi mette una mano sulla figa. Inizia a toccarmi ed emetto un gemito. Sale sul mio corpo smagrito. Ci strofiniamo come i gatti. Mi bacia e appoggia i suoi capelli sulla mia testa pelata. “I miei capelli sono i tuoi.”dice. Io rido e piango allo stesso tempo.

hoppa í polla

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Sì, ci ho sperato tante volte. E tante volte ho provato a cercarti, senza nessun risultato. Mi sono chiesta se mi pensassi, se ti ricordassi di me, di noi. Mi chiedevo se mi avessi cercata su internet, trovando il mio blog. E ogni volta mi dicevo “se lo trova mi scriverà, c’è la mia email.” Invece nulla.
Sospiravo e ti immaginavo in chissà quale parte del mondo. Con la tua chitarra, Faber nelle cuffie. Ti vedevo camminare tra la gente, libero e felice. Con poche cose. Una specie di vagabondo.
Pensavo questo tutte le volte che venivo a F.
Giravo per le strade, sperando di vederti. Di riconoscerti in qualcuno. Entravo nei negozi di musica e dicevo “mo’ me lo trovo davanti e ci mettiamo a ridere.”
E poi ci mettevamo a correre per quelle viuzze che amo da morire.
Ridevamo, correvamo. Con la pioggia, il sole.
Poi ci fermavamo, affannati, ridendo.
Ci riparavamo dalla pioggia.
Io appoggiata ad un muro umido, tu di fronte a me.
Con il respiro che si faceva sempre più regolare.
Mi sorridevi. Mi spostavi una ciocca di capelli bagnata dal viso.
Mi guardavi.
Mi accarezzavi la guancia. E io mi ci appoggiavo, rubavo il tuo calore.
E poi mi baciavi.
Un bacio lento. Delicato. Puro.
E poi mi ridevi in bocca.
E poi ricominciavamo a correre e ridere.
Eravamo padroni di tutto.
Delle vie, dei panni stesi ad asciugare, della felicità e del dolore altrui.
Eravamo noi.
Sempre meno di due.

Era questo il mio pensiero ricorrente.
Mi ci aggrappavo, senza tanta fatica poi.
Ero diventata un alpinista dell’amore.

 

:ascoltando:

cammino sempre scalza

Cammino sempre scalza.
Ho i piedi sempre sporchi.
Un continuo collezionare di polvere.
Se potessi camminerei a piedi nudi
anche per strada.
A costo di sciancarmi i piedi,
di renderli un tutt’uno con l’asfalto.
Ho sempre associato questa mia fissazione dei piedi nudi
alla libertà.
Invece da anni, non sono più libera.
Di decidermi.
Recidermi.
Sradicarmi.
Rendermi felice.
Ma c’è sempre un campanellino lì pronto.
Una bolla d’aria che scoppia
e ti fa precipitare nella realtà.
Non è avere i piedi nudi a rendermi libera.
Non sarà questo grande difetto di dire sempre ciò
che penso a ridarmi la mia libertà.
Ma saranno le mie costrizioni.
Mi devo costringere ad eliminare
ciò che mi fa male.
A piedi nudi ci riandrò un giorno
per le strade.
Quando sarò consapevole.
Quando invece di camminare a fatica
fluttuerò.

piccola

Piccola.
Io non sono mai stata piccola.
Non sono nata bambina
ma già adulta.
Guardavo i grandi
e trovandomi in mezzo a loro
mi sentivo già vecchia
a tre anni.
Sono cresciuta che ancora non avevo il mio primo sangue.
Ma già sapevo.
Della forza, della paura, della speranza.
Non credevo a babbo natale
né ai mostri nell’armadio.
Non avevo paura del buio.
Ho perso l’ingenuità insieme alla placenta.